COMUNICAZIONE

Comunicazione Contemporanea

A partire da questa settimana iniziamo con una rubrica dedicata alla comunicazione del ventunesimo secolo. Tutte le settimane punteremo un faro su argomenti specifici che si rivolgono ad un lettore attento e interessato a capire dinamiche relazionali utili alla propria crescita personale. Lo sappiamo: la comunicazione è come un organismo in continua evoluzione e mai come adesso è necessario conoscere gli effetti che produce. Molteplici sono i fattori del cambiamento e noi cercheremo di ordinare questo mare magnum di informazioni in pillole nelle quali proveremo a sollecitare la curiosità dei nostri lettori.

Parliamo continuamente. Messaggi, notifiche: siamo sempre connessi. Eppure, spesso, non restiamo davvero. Controlliamo lo schermo come si controlla qualcosa che potrebbe smettere di funzionare da un momento all’altro. Non è necessità, è abitudine. La presenza digitale si conta in quante volte ci siamo connessi, non in quanto davvero ci siamo concentrati.
Ci diciamo che è normale: siamo nel tempo veloce, tutti occupati, non si può pretendere troppo. Intanto impariamo a leggere le “visualizzazioni”. Ma questo linguaggio non è neutro. È guidato dalla visibilità, dagli algoritmi, dal narcisismo e, dulcis in fundo, dal denaro. Il dolore diventa qualcosa da postare e la rabbia qualcosa da mostrare. Mostriamo empatia perché è richiesta, non perché la sentiamo davvero. Tutto deve attirare attenzione, performare. Senza etica, senza responsabilità.
In questo sistema non conta più chi sei, ma quanto rendi: quanto coinvolgi, reagisci e se resti visibile. Così, quasi senza accorgercene, rinunciamo a qualcosa di essenziale: l’identità come scelta, come cuore. Essere qualcuno richiede coerenza, capacità di perdere. Oggi conviene essere fluidi: non scegliere troppo, non esporsi troppo e non sentire troppo.
Bauman parlava di modernità liquida. Vivere nel liquido significa non avere più una forma propria, scorrere dove conviene. L’identità non si costruisce: si aggiorna.
Ma ci sono momenti in cui questo non basta? Di notte, quando tutto è più lento, cerchiamo la presenza di un algoritmo come un conforto: apparentemente affidabile, sempre pronto.
A volte lascio scorrere qualcosa di classico. Una fuga di Bach, o le note sospese del “Clair de Lune” di Debussy. La musica rallenta tutto e fa sentire ciò che non si può calcolare: fragilità, speranza, desiderio di restare.
La vera domanda non è tecnologica, ma umana: abbiamo rinunciato al cuore e alla scelta perché fanno male, e ora cerchiamo rifugio in ciò che non può né amarci né lasciarci? Forse la comunicazione contemporanea ci ha resi più efficienti nel rispondere, ma meno capaci di restare e scegliere davvero. E allora mi chiedo: stiamo parlando con le macchine perché ci capiscono meglio.. o perché abbiamo rinunciato a essere qualcuno che sceglie.. che sente.. che resta?
In fondo, la comunicazione contemporanea misura reazioni e visibilità più che cura o profondità. La sfida, oggi, è ricordare che restare, scegliere e sentire non sono opzionali. Sono ciò che ci rende umani.
A.S.