Lifestyle americano

Lifestyle americano, dalle corsie di un supermarket fino ad Albuquerque, sempre in viaggio

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Sono considerazioni che il mio professore di economia sicuramente approverebbe, ma ho capito molto del popolo americano e del loro punto di vista, della loro vita e delle loro paure, del loro successo e delle loro debolezze varcando le porte automatiche di un loro supermercato.
Alla ricerca di compagni di viaggio commestibili da lasciare per ogni evenienza sul sedile posteriore della mia macchina, la prima cosa che faccio quando decido di iniziare un viaggio è quella di cercare le insegne luminose di un qualunque grocery store.Uno di quelli con un immenso parcheggio. Un paio di auto della polizia parcheggiate fuori. Un pò di carrelli quà e là e l’insegna 24h. Prima grandiosa scoperta: spesso i supermercati sono aperti 24 ore su 24, e la cosa che fà sempre strano è di trovarsi come poveri disperati nel pieno della notte a fare due passi tra le corsie, solo per passare qualche ora o per sgranchirsi le gambe dopo centinaia di miglia. Ma la cosa che fà ancora più strano è di imbattersi in famigliole con moglie iperorganizzata con lista della spesa in mano, bambino che mastica caramelle commose nel carrello, bambina con i codini che regge una scatola di biscotti e marito intento a scegliere la cassa di birra perfetta e le patatine in confezione maxi e alle 3 di notte, come se fosse un sabato pomeriggio di ottobre dalle nostre parti, fanno la loro bella spesa. Stupirsi di quante persone ci siano, di quante ci lavorino e persino della fila alle 5 casse aperte. Adoro tutto questo.

I supermercati americani, come dicevo, sono lo specchio della loro società. Una smisurata quantità di ogni ben di Dio perfettamente sistemato su scaffali e su espositori, tutto perfetto. Tutto lucidato, come le verdure e la frutta disposte su cestoni in vimini senza sbagliare nemmeno 1 picciolo di una mela e nemmeno 1 verso di una zucchina, tutto in un abbondanza imbarazzante. Stessa cosa per i prodotti pronti o la panetteria e i dolci….dolci? Se aprissi una parentesi sui dolci in bella vista negli espositori in plexiglass non finirei più, mi fermo solo a guardare alcune torte iper caloriche dipinte con colori improponibili che rappresentano squadre di football o marchi di automobili. Mi fermo a guardarle e basta, ma mi sento ingrassare anche solo al pensiero della crema chantilly che avvolte il burro di noccioline.

Io non credevo esistessero così tanti tipi di cereali, e una bella mezz’ora la passo a guardare quante invenzioni e quanti gusti, per poi rimanere rapito dal reparto zuppe in scatola, dove regna sovrana la Campbell’s, diventata mito dopo il ritratto dello scatolame fatto da Andy Warhol e che, senza che ne mancasse una, rimangono in un ordine irreale sullo scaffale.

Scelgo con molta attenzione i miei bagels, un pane tipico americano, che nel suo essere gommoso e tondo con il buco in mezzo risulta un ottima soluzione per i miei attacchi di fame che ho quando guido in mezzo al niente e fatico a trovare qualcosa di commestibile, anche di bagels ce ne sono decine, da quelli classici, ai più pericolosi con aglio e spezie, a quelli al formaggio o all’uovo, io non ho dubbi, i miei sono quelli con zucchero e cannella, vanno sempre bene a qualunque ora del giorno e della notte, non appesantiscono e al contrario di quelli agliosi o cipollosi permettono ancora di avere rapporti umani e di scambiare quattro chiacchere.

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Cinnamon Bagels, spremuta d’arancia fresca, un pacchetto di gomme da masticare all’anguria, un giornale di gossip, pago salutando Mercy, signora sulla cinquantina che fà il turno di notte alla cassa di questo Walmart che mi guarda incuriosita dal mio passaporto e la domanda “che ci fà un turista a Las Cruces” li esce spontanea, sorrido, non è la prima volta che mi chiedono che ci faccio in un posto sperduto che nemmeno sulle cartine riesci a trovare! Io orgoglioso racconto ogni volta della mappa che ho appeso alla parete della mia camera a cui ho colorato ogni stato raggiunto nei miei viaggi, e il New Messico mancava, lei ride e mi racconta di come sia il Messico l’unico posto che ha visto, essendoci nata, e di come gli stati uniti siano divenuti la sua casa da anni.

E’ un destino simile a quasi tutti quelli che vivono in una città a poche miglia dal confine, circondati dal deserto ovunque e dove la cosa più importante è il palazzo municipale, nemmeno ben tenuto, e l’evento del decennio è l’inizio del cantiere per l’aereoporto. La saluto e quando si aprono le porte rimango avvolto da un aria calda, umida, irrespirabile, mi salva l’aria condizionata della mia auto che si accende e mi dà solievo.

Riprendo la mia strada. Risalgo verso nord. La mia highway 80 serpeggia nelle valli di montagne di roccia spoglia e valli spelacchiate e arse. Pick up anni 80, che sorpasso allegramente. Qualche insegna sbiadita di benzinai e fast food. Monotonia in direzione Albuquerque.
I colori monotoni non cambiano, ma si ritrova la vita quando le case cominciano a disegnarsi alla mia destra, un altopiano, montagne, e i pochi palazzi in lontananza mi fanno respirare di nuovo aria di vita. Albuquerque è la città più importante del New Mexico, un altra di quelle città che fà da sfondo a mille film e che rappresenta la porta per il nuovo destino di molti di quelli che prendevano il loro zaino e percorrevano la route 66, qui questa strada è un monumento, percorre tutto il centro della città in cui il tempo sembra immobile a 50 anni fà. Case e negozi color sabbia, insegne art deco e neon ovunque che quando cala il sole accendono di colori pastello tutto il centro.

Ristoranti in cemento bianchi dai nomi inequivocabili come “Route 66 Diner” attirano la mia attenzione e non riesco a resistere nemmeno ora alla tentazione e alla fame. Mi siedo al bancone di ceramica e sgabelli cromati, una mappa enorme degli stati uniti sulla parete alla mia destra e la cameriera, decisamente carina, in uniforme azzurra, capelli raccolti ed occhialoni neri oversize, mi versa il caffè nella tazza personalizzata, e mi lascia il menù. Proposta poco originale di hamburger e insalate, ma quando giro pagina devo respirare profondamente per poter scegliere il gusto del mio milkshake, qui è il punto forte, decine di gusti e combinazioni diverse, ci metto una buona mezz’ora a decidermi di ordinarne uno vaniglia canella, la cameriera, ormai diventata il mio sogno erotico, shakera con un originale mixer azzurro dell’epoca e mi serve nel bicchierone di acciaio lucido il mio drink sorridendo e scrivendo su un foglietto di carta con la matitina gialla il conto. Tutto sembra fermo agli anni 60, ma la cameriera e il suo cerchietto colorato nei capelli non sembrano proprio d’epoca! La mancia la lascio volentieri e di sicuro non per lo shake, peraltro molto buono, ma per gli occhioni di Nancy, così è scritto sulla sua targhetta.

Ritorno a guidare un pò cercando un motel per una doccia e per sdraiarmi a digerire il litro di shake che mi sono scolato poco fà. Qui anche i motel sembrano usciti da un film, insegne e costruzioni color sabbia, nomi che rievocano avventure “El Rancho Motel”, “Hazienda Motel” ma io rimango rapito dal’ Aztec, circondato da rottami di ogni genere, da una vecchia pompa di benzina, da cerchioni cromati, vasi in cotto, sculture in ferro battuto e ogni altra cosa che gli anni hanno abbandonato sul suo cammino. Proseguo ancora verso la highway alla ricerca di un Motel più moderno e magari garantito dalla sicurezza di una classica catena di motel, ho guidato molto, ho respirato molta sabbia, devo ancora fare pace con il mio stomaco e sono troppo stanco per un materasso anch’esso d’epoca!

Manuel T.