Comunicazione: il conflitto
Una corda tesa: vibrazione o rottura
Il conflitto, per me, è iniziato spesso in una frase detta con un tono che pesa più delle parole.
Ricordo la rabbia che sale, sì.
Ma ancora di più ricordo un bisogno preciso: essere riconosciuto. Essere compreso.
Non succede.
Il conflitto resta sospeso, teso… non si trasforma.
È lì che ho iniziato a intuire la natura duale della comunicazione.
Può accendere il conflitto perché porta alla luce ciò che c’è.
Ma può anche creare distanza.
Oppure, se trova agevole spazio, può trasformare.
In quell’istante resta solo accesa.

La rabbia e il bisogno sono visibili.
Ma nessuno ascolta davvero.
Col tempo ho capito che il conflitto non è il nemico.
È un segnale.
Indica un limite.
Ho imparato a fermarmi.
A fare una pausa prima di parlare.
Non è stato immediato.
In questo percorso mi ha insegnato molto anche l’osservazione degli animali.
Nella loro vita non esiste lo scontro gratuito.
La tensione non viene amplificata inutilmente: ha un confine, un equilibrio da rispettare.
Nel rapporto one to one il conflitto pesa.
Costringe a una scelta: irrigidirsi o restare.
Ed è qui che la comunicazione può diventare davvero risolutiva.
Quando invece allargo lo sguardo, vedo qualcosa di diverso.
Vedo conflitti che non puoi toccare, rallentare.
Succede ogni giorno, su uno schermo qualsiasi.
Un post ambiguo.
Una frase estrapolata.
Un contenuto costruito per provocare.
In pochi minuti migliaia di reazioni.
Ma non si discute più di fatti reali: si combattono identità, persone.
Il conflitto cresce, si alimenta, ma non si trasforma.
Eraclito scriveva che il conflitto è padre di tutte le cose.
Non per glorificare lo scontro, ma per evidenziare la tensione che genera movimento, trasformazione.
Oggi quella tensione è sterile.
Diventa homo homini lupus: l’uomo contro l’uomo.

La comunicazione non serve più a comprendere, ma a creare fazioni.
A costruire nemici.
A produrre consenso e potere.
Nei social e nei media questa dinamica è continua.
Il dolore diventa spettacolo.
La privacy viene violata.
I sentimenti vengono manipolati.
Io tutto questo lo sento.
Lo vedo.
Ogni giorno.
E lo vivo come spettatore.
Le conseguenze reali sono drammatiche: angoscia diffusa, suicidi, fino a un’escalation che giustifica violenza normalizzata e guerre.
Le vittime reali sono solo uno sfondo.
Al centro resta spesso un capro espiatorio, su cui concentrare un conflitto lasciato irrisolto perché utile.
Perché produce attenzione, divisione, controllo.
Grande, amara verità:
la guerra moderna si combatte prima nelle menti, poi nei territori.
Ed è forse proprio per questo che, nel mio piccolo, torno sempre lì.
Al conflitto che posso vivere.
A quello che nasce tra me e un altro essere umano.
Perché ho imparato che senza tensione riconosciuta, nulla cresce.
Ho imparato che comunicare, in questi momenti, non significa spiegarsi meglio.
Significa restare.
Restare senza fuggire.
Democrito sosteneva che ciò che dura davvero è il cambiamento.
Non la rabbia.
È su quella corda tesa, tra me e l’altro, tra parola e ascolto,
che la comunicazione decide cosa fare del conflitto:
farlo vibrare,
oppure spezzarlo.
AS

