COMUNICAZIONE

Comunicare se stessi nel mondo social: bisogno atavico o fenomeno plastico?

Comunicare se stessi nel mondo social: bisogno atavico o fenomeno plastico?
Mi guardo allo specchio..
E mi chiedo: chi mi osserva, in senso lato, vede davvero chi sono?
Chi sono quando quello sguardo passa attraverso uno schermo, un social, un like?
Mi chiedo: sto raccontando chi sono o chi penso di dover essere?
Sto costruendo me stessa o sto iniziando a confondermi?

L’identità online è plastica.
Si modella, si ritocca, si adatta.
Mutevole come un camaleonte addomesticato.
Certo.. è naturale voler apparire.
Lo sentiamo fin dall’infanzia: desiderio di approvazione, paura del giudizio.
E allora che meraviglia lasciare che uno strumento così freddo riduca l’ansia, attenui il confronto, permetta di sperimentare la versione più convincente dell’apparire..

Ma mi fermo.

Se l’apparire prende il posto dell’essere, cosa resta di me?

Nel tempo si sono avvicendati filosofi diversi su questo tema, e io ricordo Aristotele.
Aristotele diceva che la credibilità di chi parla è la forma più efficace di persuasione.
Bauman sottolinea che l’identità non si possiede e non si manipola: si costruisce continuamente, a partire dal sentire più intimo.

Non si può fingere fino in fondo all’anima.
Ho letto di Sherry Turkle, psicologa e sociologa che studia come la tecnologia influisce sulle relazioni umane, e di Byung-Chul Han, filosofo che analizza l’impatto della società digitale sull’autenticità e la libertà interiore..
Parlano di quanto possiamo perderci online.
E mi fa paura, perché a volte sento che lo vedo anche in me.

Prima dei social era tutto più lento, più intimo.
Diari, lettere, fotografie.
Tempo per sbagliare, tempo per ripensarci, tempo per cambiare senza dover spiegare nulla a nessuno.

Oriana Fallaci diceva che raccontare la verità richiede coraggio.
E oggi.. quel coraggio sembra sempre più raro.
Tra intelligenza artificiale, deepfake e bot, tutto è veloce, manipolabile.
Si manipola senza accorgersene, solo per apparire migliori.
Oppure consapevolmente, per influenzare, colpire.

E allora mi chiedo:
questa vetrina in continuo divenire può diventare una droga tale da spingermi al limite del legale o oltre?
C’è sempre un confine da non ignorare.
Quando l’uso dei social diventa illegale o diffamatorio, quando falsifica, accusa, danneggia altri.. non è più espressione di sé: è abuso.
E allora torno davanti allo specchio.
Non per giudicarmi o correggermi.

Forse basta fermarsi un attimo..
Abbracciarmi.
Ricordarmi di essere unica.
Ricordarmi di essere padrona della mia mente, dei miei pensieri, delle mie scelte.
Tutto il resto: social, IA, algoritmi..viene dopo.
Sono strumenti. Possono aiutare, chiarire.
Ma non sono ciò che siamo, atavicamente.

Forse comunicare se stessi oggi significa proprio questo:
restare in connessione con chi siamo quando nessuno ci guarda.
“Perché ho un cuore pulsante che nessuno strumento sofisticato avrà mai.
Ed è da lì che nasce la mia verità.

E continuare..nonostante tutto.. ad avere il coraggio di raccontarla.”

AS