COMUNICAZIONE

Bias cognitivi e comunicazione: perchè fraintendiamo anche quando parliamo chiaro?

Boomerang: quando la chiarezza rimbalza sul bias

Mi sono accorto, col tempo, che parlare chiaro non serve quasi mai a essere capiti.
È come lanciare un sasso in uno stagno di fango: solo polverone.
Più cerco di essere diretto, più vedo l’altro irrigidirsi.
Adirittura risponde a qualcosa che non ho mai detto, ma che il suo bias gli aveva suggerito che io pensassi.

Ben presto ho capito che non era una questione di chiarezza.
Era una questione di ascolto.
Ognuno di noi porta addosso uno scudo fatto di paura, convinzioni, pregiudizi: il bias.
Quando parlo, le mie parole sbattono contro quel filtro e rimbalzano indietro come boomerang.

Già gli antichi lo sapevano.

Aristotele diceva che non basta il ragionamento: chi ascolta porta con sé emozioni.
Platone mostrava come nei dialoghi ci si illuda di comprendersi, mentre in realtà si parla di cose diverse.
Pirandello aveva intuito che la comprensione totale tra esseri umani è impossibile: ciascuno resta prigioniero della propria maschera.

Oggi il bias è diventato un documento d’identità.

Se non hai pregiudizio… sei un corpo estraneo.
Basta guardare i media: non sono luoghi di confronto sincero, ma industrie della polemica voluta, dove il pregiudizio viene venduto a caro prezzo per alimentare ascolti. N
essuno vuole capire l’altro; tutti esigono conferme del proprio personaggio in cerca d’autore.

In questa solitudine, ho iniziato a osservare chi non ha ancora imparato a mentire: i bambini.
Quelli piccoli parlano e ascoltano senza bias. Dicono quello che vedono, sentono quello che dici, senza “sentire” ogni frase come minaccia o accusa.

E poi ho osservato gli animali.
Loro non hanno la parola, eppure sanno comunicare.
Comunicano con il corpo, con lo sguardo, con la pura presenza. In loro, quello che vedi è ciò che è.

Io, parlando in un mondo che pretende la maschera, mi sento spesso come un lupo che ulula alla luna: dire quello che pensi, senza filtri, ti fa sentire libero… ma ti isola.
La verità è diventata un rumore nemico dei pregiudizi rassicuranti.

E se mi rivolgessi all’intelligenza artificiale, e le chiedessi:
— Io parlo chiaro, eppure nessuno mi capisce.
— Non ascoltano le tue parole, ma le loro paure… mi risponderebbe.

Il paradosso è questo: il dialogo umano dovrebbe essere cuore, rischio, trasparenza.
Ma proprio perché c’è il cuore, ci difendiamo.

E allora parliamo, ma non ci incontriamo.

Forse non parleremo mai davvero senza fraintenderci.
Ma parlare chiaro resta un gesto estremo di coraggio..identita’.
Non garantisce di essere capiti.

Garantisce solo di restare autentici.

Proprio come quei bambini o come un animale che non conosce la finzione.
Ti è mai capitato di sentirti più “ascoltato” dal silenzio di un animale che dalle parole di una persona? Forse è proprio in quell’assenza di bias che riusciamo e riusciremo finalmente a ritrovarci.

AS