ECONOMIA & MERCATI – tempo di lettura stimato 8 minuti
Dazi a cascata, conflitti energetici nel Golfo Persico, banche centrali paralizzate tra due fuochi: il 2026 ha riaperto un dibattito che sembrava archiviato. La stagflazione — quel cocktail tossico di prezzi in salita e crescita ferma — è tornata a essere un’ipotesi concreta, non solo un fantasma degli anni Settanta. Per chi gestisce un’impresa, un portafoglio o semplicemente vuole dormire sonni tranquilli, capire cosa sta succedendo non è un esercizio accademico. È una necessità pratica.
La tempesta perfetta: cosa sta alimentando l’inflazione nel 2026
Per comprendere i rischi attuali è necessario guardare all’intersezione di almeno tre fattori strutturali che si stanno amplificando a vicenda: la guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump con i suoi dazi «reciproci», il ritorno della tensione energetica nel Golfo Persico e una geopolitica globale che ha smesso di offrire certezze.
Sul fronte dei dazi, il Liberation Day dello scorso aprile 2025 ha segnato un punto di svolta. Con una tariffa minima universale del 10% su tutto l’import e dazi fino al 130% sui prodotti cinesi, gli Stati Uniti hanno innescato una serie di ritorsioni commerciali che si stanno riversando a cascata sull’intera economia globale. Secondo Allianz Trade, il commercio mondiale di beni e servizi — cresciuto del 2% nel 2025 — potrebbe rallentare fino allo 0,6% nel 2026, un crollo di due terzi in un solo anno.
Sul fronte energetico, le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno riportato lo spettro dello shock petrolifero degli anni Settanta. L’economista Paul Krugman ha tracciato un parallelo scomodo con la crisi del 1973: «Se il blocco dovesse protrarsi per mesi, si tratterebbe di uno shock per le forniture petrolifere mondiali sostanzialmente peggiore di quelli del 1973 o del 1979». L’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni di idrocarburi, subisce questo shock in modo asimmetrico rispetto agli Stati Uniti.
«I titoli dei giornali creano incertezza, stimolando la cautela degli investitori di fronte a prospettive economiche estremamente difficili da prevedere.» — Morningstar, 2026
Il risultato di questa convergenza è un’inflazione che torna ad accelerare proprio quando le banche centrali stavano iniziando ad allentare la stretta. Secondo le previsioni OCSE di marzo 2026, gli Stati Uniti si avviano verso un’inflazione del 4,2% nel 2026 — il livello più alto tra i Paesi del G7. In Italia, l’inflazione è attesa al 2,4% con picchi intra-annuali fino al 3%, dopo l’1,5% registrato nel 2025. Per il Centro Studi di Confindustria, i consumi delle famiglie italiane cresceranno di appena lo 0,7%, mentre i redditi reali — al netto dell’inflazione — aumenteranno di un marginale +0,1%.

Tre scenari per il futuro: da quello base al più cupo
L’incertezza è la variabile dominante. Nessuno — né la Fed, né la BCE, né i principali think tank internazionali — è in grado di affermare con certezza quale sarà il percorso dei prossimi 12-24 mesi. Ciò che possiamo fare è mappare tre scenari plausibili e le loro implicazioni.
Scenario 1 — Rallentamento gestito. I dazi restano in vigore ma vengono progressivamente «digeriti» dal sistema produttivo. La Fed mantiene i tassi elevati fino ad autunno, poi inizia a tagliarli verso il 4% entro fine 2026. L’inflazione USA scende lentamente verso il 3%. La crescita globale resta fiacca ma evita la recessione. In questo scenario, il PIL italiano si attesta intorno allo 0,5-0,7%, il mercato azionario recupera parzialmente e i bond investment grade tornano a essere attrattivi. La probabilità assegnata da Allianz Trade a questo scenario è intorno al 55%.
Scenario 2 — Stagflazione prolungata. La crisi energetica si protrae oltre il primo trimestre 2026. I dazi si allargano ulteriormente in una spirale ritorsiva. L’inflazione USA tocca il 4,5%, rendendo impossibile per la Fed tagliare i tassi. L’Eurozona entra in recessione tecnica. L’Italia, già ultima nel G20 per crescita, si trova in una situazione particolarmente esposta. I mercati azionari subiscono una correzione significativa. Questo scenario — il più difficile da gestire per chiunque investa o faccia impresa — ha una probabilità di realizzazione intorno al 30-35% secondo le stime di Allianz Trade.
Scenario 3 — Choc sistemico. Una nuova escalation geopolitica, un blocco prolungato di Hormuz o il collasso del dialogo commerciale USA-Cina scatenano una recessione globale con inflazione ancora elevata. È lo scenario del 1973-1979 proiettato nel presente, con la differenza che stavolta i bilanci pubblici sono già fortemente appesantiti dopo anni di politiche espansive. Probabilità contenuta ma non trascurabile: circa il 10-15%.
«Un’altra spirale di dazi potrebbe, nel peggiore dei casi, far precipitare il commercio globale in una recessione. La probabilità che ciò accada è relativamente alta: 45%.» — Allianz Trade
Il paradosso delle banche centrali: combattere l’inflazione o salvare la crescita?
Il vero dilemma di questa fase storica è quello che affligge i banchieri centrali di tutto il mondo: alzare i tassi per domare l’inflazione rischia di schiacciare una crescita già anemica, mentre abbassarli alimenta ulteriormente i prezzi. Un circolo vizioso che ricorda da vicino la trappola degli anni Settanta.
La Federal Reserve si trova nella posizione più difficile. Con un’inflazione sopra il target per il quinto anno consecutivo e una crescita che JPMorgan prevede essere solo dell’1,7% nel 2026, ogni mossa porta rischi asimmetrici. Gli economisti di Goldman Sachs hanno già ridotto le stime di crescita USA all’1,7%, mentre JPMorgan ha alzato al 40% la probabilità di recessione americana nel breve termine.
In Europa la situazione è diversa ma non meno complessa. La BCE ha più spazio per tagliare i tassi — i mercati si aspettano un obiettivo intorno all’1,5% — ma l’inflazione energetica importata rischia di vanificare questi sforzi. Per l’Eurozona, il PIL 2026 è atteso allo 0,8%, con una ripresa legata in parte all’aumento della spesa per la difesa che funge da stimolo fiscale, ma insufficiente a compensare il freno energetico.
Per chi fa impresa o gestisce investimenti, questo scenario ha una conseguenza pratica immediata: i tassi resteranno più alti più a lungo rispetto a quanto si sperava. Il costo del denaro non tornerà ai livelli pre-pandemia nel breve periodo. Qualsiasi piano finanziario che non incorpori questa premessa è costruito su basi fragili.
Le tutele necessarie: come difendere il valore in un contesto di stagflazione
Di fronte a questo panorama, la domanda che ogni businessman dovrebbe porsi non è «se» proteggersi, ma «come». Le strategie di difesa patrimoniale in un contesto stagflazionistico hanno caratteristiche specifiche che differiscono da quelle valide in una semplice fase di recessione o di inflazione isolata.
Il primo principio è la diversificazione geografica e valutaria. La guerra commerciale ha creato una biforcazione nei mercati: alcuni fund manager stanno già ruotando verso titoli europei e asiatici, dove le valutazioni sono più contenute e i governi stanno attivando stimoli fiscali. Avere un’esposizione esclusivamente domestica — sia per le imprese che per i portafogli — è una vulnerabilità strutturale in questo contesto.
Il secondo principio riguarda la protezione dall’inflazione. Gli asset reali — immobiliare di qualità, materie prime, infrastrutture — tendono storicamente a conservare valore in contesti inflazionistici. I TIPS americani (Treasury Inflation-Protected Securities) e i BTP Italia con indicizzazione all’inflazione sono strumenti che meritano una posizione nel portafoglio di chiunque voglia coprirsi dal rischio di erosione del potere d’acquisto.
Il terzo principio è la gestione della liquidità. In uno scenario di tassi elevati e crescita incerta, la liquidità — un tempo «noiosa» — torna a essere una risorsa strategica. I conti deposito e i fondi monetari offrono oggi rendimenti reali positivi per la prima volta da anni. Tenere una quota di portafoglio in strumenti liquidi non è una scelta conservatrice ma razionale.
Il quarto principio riguarda le imprese: il repricing dei costi. Le aziende che non hanno già rivisto i propri contratti con fornitori e clienti in chiave di flessibilità rispetto all’inflazione stanno accumulando un rischio silenzioso. I margini operativi compressi dall’aumento dei costi energetici e delle materie prime devono essere affrontati proattivamente, non rincorsi.
In sintesi, le mosse da considerare sono:
- Aumentare l’esposizione agli asset reali (oro, immobiliare prime, infrastrutture)
- Diversificare geograficamente il portafoglio, includendo mercati europei e asiatici
- Allocare una quota di liquidità in strumenti a breve termine con rendimento positivo
- Rivedere i contratti commerciali con clausole di indicizzazione all’inflazione
- Ridurre il debito a tasso variabile o coprirlo con strumenti di hedging
- Monitorare l’esposizione valutaria, soprattutto se si opera con l’area dollaro

L’incertezza come variabile permanente: imparare a navigare senza mappa
C’è un elemento che accomuna tutti e tre gli scenari descritti: l’incertezza non è un fase transitoria destinata a risolversi presto. Come ha sintetizzato efficacemente Milo Bogaerts di Allianz Trade, «rimandare non significa cancellare». I rischi che non si gestiscono oggi non scompaiono — si accumulano.
Per i businessmen che leggono queste righe, la sfida non è solo finanziaria. È anche cognitiva. Siamo abituati a prendere decisioni in contesti dove almeno alcune variabili erano prevedibili. Oggi nessuna lo è davvero: né il percorso dei dazi, né l’evoluzione del conflitto mediorientale, né le mosse delle banche centrali. Il modello di pianificazione basato su previsioni puntuali ha smesso di funzionare.
Quello che funziona, invece, è l’approccio per scenari: costruire piani aziendali e finanziari che reggano sotto condizioni diverse, non ottimizzati per un singolo futuro atteso. Le imprese e i professionisti che stanno navigando meglio questo periodo sono quelli che hanno costruito resilienza strutturale — supply chain diversificate, bilanci con buffer di liquidità, portafogli con bassa concentrazione — invece di inseguire la performance nel singolo scenario ottimistico.
«L’incertezza uccide gli investimenti, le aspettative di inflazione uccidono la fiducia dei consumatori.» — Morningstar, analisi dei mercati 2026
In questo senso, il rischio stagflazione non è solo un problema macroeconomico da monitorare sui giornali. È un segnale sistemico che invita — anzi, obbliga — chiunque gestisca un patrimonio o un’azienda a rivedere i propri assunti di base. Il principio chiave è semplice: non scommettere tutto su uno scenario. Costruire portafogli e imprese che sopravvivano a quello peggiore.
Conclusione: navigare l’incertezza con metodo
Il 2026 ha ridisegnato la mappa del rischio globale. La combinazione di guerra commerciale, tensioni energetiche e politiche monetarie al bivio crea un contesto in cui lo scenario stagflazionistico — un tempo ritenuto improbabile per le economie avanzate — è diventato una possibilità concreta da includere nella propria pianificazione.
Per l’Italia, le sfide sono ulteriormente amplificate: ultima nel G20 per crescita attesa nel 2026 (+0,4% secondo l’OCSE), con un’inflazione in risalita al 2,4% e consumi sotto pressione, il Paese affronta questa tempesta con meno margini rispetto ad altre economie europee. Non è un’impresa disperata, ma richiede lucidità e azione anticipata.
Le grandi crisi economiche del passato — dagli anni Settanta alla crisi finanziaria del 2008 — hanno distrutto patrimoni di chi non era preparato e creato opportunità per chi lo era. La differenza, nella stragrande maggioranza dei casi, non era stata la fortuna o la previsione perfetta. Era stata la resilienza: la capacità di reggere l’urto e rimanere operativo quando gli altri erano in difficoltà.
Costruire quella resilienza oggi, prima che gli scenari peggiori si materializzino, è forse il miglior investimento che un businessman possa fare nel 2026.